Kevin Spacey: la maestria in un film da maestri, di Luca Nardi

Kevin Spacey: la maestria in un film da maestri, American Beauty

USA, 1999

American Beauty mi ha ricordato molto il romanzo giovanile di Moravia Gli Indifferenti, nel quale i protagonisti giungono quasi all’omicidio solo ed esclusivamente per colpa dell’indifferenza.

Contesti, usi e costumi completamente contrapposti differenziano Gli Indifferenti ad American Beauty: il primo (un romanzo) è ambientato nell’Italia Fascista di fine anni 20’ mentre il secondo (un lungometraggio) si colloca negli Stati Uniti di fine anni 90’; quindi cambia tutto ma non cambia niente.

Infatti la questione di base rimane sempre la stessa: l’indifferenza e il menefreghismo tra le persone, la maschera che ognuno di noi si pone sul volto per coprire i nostri sentimenti più intimi tralasciando solo la parte falsa della nostra anima che come la razza di rosa denominata per l’appunto American Beauty tende a marcire dalle radici tralasciando visibile la bellezza superficiale nascondendo, però, il brutto e marcio.

Un’altra chiave di lettura del film di Mendes e di Alan Ball (quest’ultimo per la sceneggiatura) è la stravaganza di un uomo infelicemente sposato che torna giovane per far colpo su una ragazza che appare, a prima vista, una bambina già matura di esperienze sessuali, ma che poi si rivelerà, gettando la consueta maschera, una bambina viziata e bugiarda che in realtà non sa neanche da che parte cominciare.

Quindi il film non è altro che un rovesciamento di personalità continuo sotto diversi aspetti: abbiamo infatti la ragazzina viziata, di cui ne ho già parlato, il ragazzo a prima vista pazzoide e alienato ma che poi si rivelerà un’anima gentile, intelligente e pensierosa al contrario di suo padre, uno sfegatato colonnello patriota dei Marine che all’apparenza si mostra come tale ma che in realtà è succube della sua stessa pazzia e della debolezza di non saper accertare la sua vera condizione di omosessuale. Le intere vicende del film sono condite da numerosissimi malintesi ed equivoci.

 Con un incredibile Kevin Spacey (nel campo degli attori immedesimativi uno tra i miei preferiti in assoluto insieme  ad Adrien Brody e Jake Gyllenhaal) il film appare ancor più intrigante e misterioso di quanto non lo è già.

 La maestria di Spacey è rintracciabile nei suoi occhi impassibili e immutati dall’inizio alla fine di un determinato film;  privi di tantissime coloriture ma ricchi di una sola ed unica espressione che definirei “nutra” su cui il fenomeno  Spacey può costruire il personaggio mantenendo a distanza lo spettatore non permettendogli di indagare sulla  psicologia del personaggio, proprio come se avesse una elaboratissima maschera oscuratrice.

 Senza dubbio American Beauty è un capolavoro assoluto di sceneggiatura, di regia, di capacità recitative e di 

fotografia che con i tagli di luce rischiara i tratti sentimentali fondamentali, facendoci pensare su cosa siamo veramente e di prendere seriamente in considerazione i sentimenti di cui non possiamo fare a meno senza nasconderli sotto terra impedendo così delusioni, stupori o addirittura la morte.

Luca Nardi